1 L' Italie. Paris, Librairie Larousse, 1896 ; 19032.
P. D. FISCHER. Italien una die Italiener. Berlin, 18991 ; 19012. Trad. ital. di T. Del Vecchio: Firenze, Seeber, 1904.
BOLTON KING A. T. OKEY. Italy to-day. London, 1901. Trad. ital. Bari, G. Laterza e F. 19021 ; 19042.
Italia Nostra (L'Italia al principio del sec. XX). Firenze, R. Bemporad e F. 1903.
P. D. FISCHER. Italien una die Italiener. Berlin, 18991 ; 19012. Trad. ital. di T. Del Vecchio: Firenze, Seeber, 1904.
BOLTON KING A. T. OKEY. Italy to-day. London, 1901. Trad. ital. Bari, G. Laterza e F. 19021 ; 19042.
Italia Nostra (L'Italia al principio del sec. XX). Firenze, R. Bemporad e F. 1903.
| Pubblicato su: | Il Regno, anno I, fasc. 9, pp. 8-9 | ||
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| Data: | 24 gennaio 1904 |

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Si può consigliare finalmente al buon Gioberti di svegliarsi dal lungo sonno nel quale si addormentò nella fredda Parigi, dopo una lettura dei Promessi Sposi, mezzo secolo fa. Se tornasse in Italia troverebbe il romanzo di Lucia Mondella sceso alla tristezza dei libri di testo, ma potrebbe proporre a qualche editore, con speranze di buona fortuna, una ristampa riveduta e corretta del suo Primato. Perchè finalmente si può esaltare questa nostra Italia senza fare dell'archeologia. È passato il tempo in cui per far del patriottismo bisognava disturbare le sacre ombre di Scipione e di Francesco Ferruccio. Non c'è bisogno di impolverarsi col Muratori o di riscaldarsi col Petrarca o col Mameli per gridare viva l'Italia.
Il nazionalismo, come tutte le cose, s'è trasformato. Siamo, per ora, al terzo stato della glorificazione patriottica. Il primo fu quasi esclusivamente poetico. Dante che si doleva delle divisioni del «giardino dell'imperio» e sognava nella gran Roma, nido di aquile e di spiriti magni, qualche suo imperatore alemanno; il Petrarca che in un'ora di entusiasmo volle credere che il valore latino non era morto; l'Alfieri che odiò i barbari quanto più li conobbe, e il Leopardi, che, innanzi gli si vuotasse l'anima d'ogni speranza, chiese, in un impeto di rettorica disperazione, l'armi a rialzare l'antica dominatrice; sono stati gli eroi di quella prima forma di nazionalismo, che trasse dal passato la materia, dal presente l'abbattimento ed ebbe per armi le parole.
Tutti i poeti italiani vollero, anche ne' secoli più morti, intrecciar rime e scioglier canzoni sulle fortune e sulle sventure d'Italia. Non mancarono all'appello della celebrazione nazionale nè il cardinal Bembo, nè l'esiliato Alamanni, nè il virtuoso Marini, nè l'arcadico Filicaia. Chi è, fino a noi, che non ha deposto almeno quattordici endecasillabi sull'altare della patria?
Ma non bisogna sorridere. Per quanto questo nazionalismo poetico spesso si tramutasse in esercitazione a freddo su un tema tradizionale o in una effusione rettorica aspirante all'adulazione dei tempi, è forza riconoscere che i poeti furono i primi artefici di un'anima nazionale.
Venne un giorno però in cui parvero pochi i versi all'esaltazione dell'Italia. La poesia eccita i giovani ma non persuade la gente seria. Per le barricate e le battaglie niente di meglio che un inno di Gabriele Rossetti e di Goffredo Mameli, ma occorre buona storia e brava filosofia a convertire gli uomini gravi. S'ebbe così il secondo stadio del nazionalismo italiano, il nazionalismo filosofico, venuto in fiore intorno alla metà del secolo scorso.
Il Primato del Gioberti resta, il capolavoro del genere, e ancor commuove questo abate allobrogo il quale cessa di azzuffarsi coll'ente e coll'esistente per mostrare «Italia sola aver le qualità richieste per esser la nazione
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principe». Ma non fu solo il Gioberti in quei tempi a sostenere con idee la causa della nostra terra. Il Mazzini coll'assegnare alla terza Italia e alla terza Roma la sua grande missione di civiltà spiritualista e popolare, il Mamiami il quale volle mostrare come tutto il gran moto speculativo germanico fosse una derivazione dalla nostra filosofia della Rinascenza, gli furon compagni in questa incoronazione ideale della patria, in questo sforzo d'imporre come prima quella che a tanti sembrava l'ultima.
Ma nazionalismo poetico e nazionalismo filosofico avevano un comune difetto: erano eminentemente storici. Storici, dico, nel senso che le loro ragioni si appuntavano quasi del tutto al passato, che i loro eroi erano tolti dal passato, che ì loro modelli erano fra i morti e le glorie invocate tra le glorie che furono. Scossero gli italiani, ma per quello che i loro padri fecero, non per quello che andavan facendo, e ogni lode fu un ricordo, ogni esaltazione una rievocazione.
Le cose, da alcuni anni, son cambiate e, quasi direi, capovolte. A un nazionalismo letterario o ideologico, fatto di parole e di memorie, celebratore di vittorie o celebratore d'intelletti, è successo un nazionalismo economico, fatto di cifre, costruito sul presente, celebratore di forze produttrici, di espansione di uomini e di ricchezze. E questo nazionalismo non è fatto, per lo più, da italiani. Pare che noi amiamo lodarci meno e lavorare di più. Le lodi ci vengono dagli stranieri, dai barbari, da economisti e da politici, da sociologi e da finanzieri.
Da qualche tempo non si studia soltanto l'Italia che fu, l'Italia della storia, il paese che ha dato Roma e i Preraffaelliti, Dante e la Rinascita, l'Italia che giace negli archivi e nelle librerie, nei musei e nelle chiese, ma anche l'Italia viva e attuale, l'Italia operosa e trafficante, che vince Lione per la seta, che fa la concorrenza all'Inghilterra in Levante e manda macchine elettriche in Germania. Un nuovo rapporto si va formando tra noi e i popoli dell'Europa; noi mandiamo stoffe, vino e uomini ed essi ci portano denari e complimenti. Si può far così del lirismo sull'Italia senza commuoverci sulle pietre del Colosseo o sul camposanto pisano, senza essere romantici come Byron o esteti come Bourget. Per l'elogio d'Italia si fa a meno finalmente del Baedeker.
Alcuni francesi tra i quali troviamo i nomi, cari per noi, di René Bazin, di Charles Dejob e di E. Muntz, hanno composto una monografia completa sull'Italia, ove, accanto a lucidi riassunti della nostra attività passata, si trovano esposti e commentati i fatti e gli indizi della nostra attività presente.
Un tedesco, un ex-sottosegretario di Stato della Prussia, che s'innamorò dell'Italia all'indomani dell'unità, nel 1861, é andato accumulando una copia di notizie su tutte le forme della nostra operosità nazionale e ha pubblicato nel 1899 un libro pieno di simpatia per noi, ch'è, arrivato alla seconda edizione tedesca ed appare ora in italiano.
Due inglesi, Bolton King e Thomas Okey, dopo aver data una delle migliori storie della nostra unità, hanno fatto un libro pieno di cifre, di dati, di finezza e di benevolenza, Italy to-day che ha già avuto due edizioni italiane. E finalmente alcuni italiani, capitanati da Giuseppe Signorini, hanno riunito in un volumetto consolante, dedicato agli Italiani delle colonie, tutti quei nomi, quelle statistiche e quelle indicazioni che fanno vedere come l'Italia nostra, al principio del secolo XX, abbia compiuto, in poco più di quarant'anni, un meraviglioso cammino.
E da tutti questi libri esce non la facondia della facile rettorica patriottarda ma la semplice eloquenza dei dati. Il bilancio assestato tanto da permettere una prossima conversione della rendita, l'esportazione cresciuta da 40 milioni nel 1861 a 1390 nel 1901, lo sviluppo prodigioso d'industrie vecchie come quelle della seta e della lana e il sorgere rigoglioso d'industrie nuove, come quelle del cotone e delle costruzioni marittime, la formazione di nuove Italie transoceaniche, che contano milioni di uomini salpati dalle nostre rive e alle quali una nostra Società, la Dante Alighieri, cerca di non far dimenticare la patria, l'accrescimento parallelo della popolazione e della ricchezza rivelata dalla stessa maggiore insoddisfazione, l'opera enorme della costituzione dell'armata e delle ferrovie, il principio fortunato dell'impossessamento della forza delle acque, Milano ch'è il più grande mercato del mondo per l'industria serica, Genova ch'è prossima a divenire il primo porto del Mediterraneo, Roma che s'è trasformata in trent'anni da cittadina sonnolenta in una grande capitale moderna, sono i segni più appariscenti di questo nuovo rinascimento.
La borghesia italiana, malgrado gli intoppi posti dal governo, le minaccie degli scioperi, la timidezza del capitale sta compiendo la grande opera della trasformazione dell' Italia in un grande paese industriale. Essa ha compreso che per salvarsi dal socialismo il mezzo più sicuro é di accrescere la ricchezza, e i radicali, malgrado le loro presenti dichiarazioni popolari, preparano forse una grande democrazia industriale e imperialista sul tipo di quella che trionfa agli Stati Uniti.
Ed io ho fede che questa rinascita economica preceda di poco una rinascita intellettuale. Già se ne vedono splendere i segni e so di molte giovinezze che in silenzio si preparano a mostrare al mondo una nuova pleiade dì forze rinnovatrici e creatrici. E così come il lanaiolo di Firenze e il mercante di Venezia adunarono le ricchezze che aiutarono la grande esplosione di vita gioiosa e di creazione estetica che fu il Rinascimento, così forse oggi il banchiere di Milano e l'armatore di Genova preparano all'Italia le nuove dovizie alla nuova meraviglia.
Un sogno è questo, o amici, niente più che un sogno. Ma a noi sta il fare che domani io sia stato profeta verace. Abbiamo intanto il poeta che incita. Ora che tace Giosuè Carducci, colui che fu soprattutto poeta nazionale, risuona alta la voce di Gabriele d'Annunzio. Le sue seconde Laudi sono, quasi, una lande intera dell'Italia. E voglia il cielo, o poeta, che non soltanto coll'aratro e la prora ritorni grande la patria che amiamo, ma ben anche col pensiero che crea gli imperi del sogno e colla spada che dà gli imperi della terra!
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